Una parola, una sola, che è: “Basta”. NO AL BULLISMO.

Il fatto: CRONACA Una Ragazzina di 12 anni si lancia dal bancone: Prima di lasciarsi cadere dal secondo piano della sua abitazione a Pordenone, ha scritto anche ai genitori, per scusarsi del gesto. “Non ce la facevo a rientrare a scuola”

“Oggi dovevo tornare in classe dopo la malattia, ma io non ce la facevo a rientrare. Avevo paura di urlare al mondo i miei timori e così ho deciso di farla finita”, ha detto la dodicenne, sdraiata a terra, a un vicino di casa, la prima persona a soccorrerla. “Mia figlia non si trovava bene a scuola, ma mai avrei pensato a un malessere così grande”, ha detto, stando alle parole del vicino, la madre della ragazzina. L’uomo ha poi confermato che i genitori “sono stati presi alla sprovvista dal tentativo di suicidio, di cui non avevano alcuna avvisaglia”.

Lettere scritte giorni fa. Non è stata una decisione improvvisa quella maturata dalla 12enne: si desume dal fatto che le lettere lasciate sulla scrivania non sono state scritte oggi, ma riportano una data della settimana scorsa. La ragazzina da circa una settimana non andava a scuola a causa di una infiammazione alle vie respiratorie. Stamani la mamma è entrata nella sua cameretta proprio per somministrarle una terapia di aerosol, scoprendo che la figlia si era lanciata nel vuoto.

Fortunatamente è rimbalzata sulla tapparella aperta di un appartamento del primo piano, ma rimane comunque ricoverata in ospedale con numerose fratture e una sospetta lesione della colonna vertebrale.”

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STUPENDA RIFLESSIONE DAL WEB

18.01.2016 ore 20,20 Sulla sua bacheca facebook il maestro ENRICO GALIANO scrive:

“Oggi una ragazza della mia città ha cercato di uccidersi.
Ha preso e si è buttata dal secondo piano.
No, non è morta. Ma la botta che ha preso ha rischiato di prenderle la spina dorsale. Per poco non le succedeva qualcosa di forse peggiore della morte: la condanna a restare tutta la vita immobile e senza poter comunicare con gli altri normalmente.

“Adesso sarete contenti”, ha scritto. Parlava ai suoi compagni.

Allora io adesso vi dico una cosa. E sarò un po’ duro, vi avverto. Ma c’ho ‘sta cosa dentro ed è difficile lasciarla lì.

Quando la finirete?

Quando finirete di mettervi in due, in tre, in cinque, in dieci contro uno?

Quando finirete di far finta che le parole non siano importanti, che siano “solo parole”, che non abbiano conseguenze, e poi di mettervi lì a scrivere quei messaggi – li ho letti, sì, i messaggi che siete capaci di scrivere – tutte le vostre “troia di merda”, i vostri “figlio di puttana”, i vostri “devi morire”.

Quando la finirete di dire “Ma sì, io scherzavo” dopo essere stati capaci di scrivere “non meriti di esistere”?

Quando la finirete di ridere, e di ridere così forte, quando passa la ragazza grassa, quando la finirete di indicare col dito il ragazzo “che ha il professore di sostegno”, quando la finirete di dividere il mondo in fighi e sfigati?

Che cosa deve ancora succedere, perché la finiate? Che cosa aspettate? Che tocchi al vostro compagno, alla vostra amica, a vostra sorella, a voi?

E poi voi. Voi genitori, sì. Voi che i vostri figli sono quelli capaci di scrivere certi messaggi. O quelli che ridono così forte.

Quando la finirete di chiudere un occhio?

Quando la finirete di dire “Ma sì, ragazzate”?

Quando la finirete di non avere idea di che diavolo ci fanno 8 ore al giorno i vostri figli con quel telefono?

Quando la finirete di non leggere neanche le note e le comunicazioni che scriviamo sul libretto personale?

Quando la finirete di venire da noi insegnanti una volta l’anno (se va bene)?

Quando inizierete a spiegare ai vostri figli che la diversità non è una malattia, o un fatto da deridere, quando inizierete a non essere voi i primi a farlo, perché da sempre non sono le parole ma gli esempi, gli insegnamenti migliori?

Perché quando una ragazzina di dodici anni prova a buttarsi di sotto, non è solo una ragazzina di dodici anni che lo sta facendo: siamo tutti noi. E se una ragazzina di quell’età decide di buttarsi, non lo sta facendo da sola: una piccola spinta arriva da tutti quelli che erano lì non hanno visto, non hanno fatto, non hanno detto.

E tutti noi, proprio tutti, siamo quelli che quando succedono cose come questa devono vedere, fare, dire. Anzi urlare. Una parola, una sola, che è: “Basta”.”


20.01.2016 ore 08,30

(rispondere a 4 mila commenti è un po’ duretta, così ho scritto ‘sta roba qui)

E insomma ieri sono entrato in classe e niente lezione: via libri, esercizi, quaderni, perché quando succede una cosa come questa come fai a far finta di niente, come fai a parlargli di analisi logica, quando nemmeno tu lo sai più dove sta, la logica.

Ce li avevo lì davanti, loro, ragazzini della stessa età della ragazza, stesse facce, stessi brufoli, stesse paure, stessi apparecchi per i denti, stessi capelli che non stanno mai come vorresti, stessi occhi persi, stessi genitori che non capiscono, stessi insegnanti che stressano.

Stessi fianchi troppo grossi, stessi sogni troppo grandi.

Come glielo dici, a quegli occhi lì, che una ragazza come loro ha guardato una finestra ed è stata come risucchiata, che un mattino come tanti si è alzata e ha pensato che non avrebbe più voluto farlo? Dura, sì, dura. Non le trovi subito, le parole. Perché loro lo sanno benissimo, come ci si sente. Noi qui, grandi, spalle forti, adulti che ormai hanno un posto nel mondo, noi che “ma sì ci siamo passati tutti”. In realtà, ed è ora che ce ne rendiamo conto, no: non ci siamo già passati tutti.

Oggi è diverso. Una volta, se eri vittima di persecuzioni, potevi tornare a casa, chiuderti in camera, lasciare il mondo fuori. Oggi il mondo, se ti vuole male, ti segue anche lì. Non ti molla mai.

Molti hanno commentato, detto la loro, giudicato, ma la descrizione migliore di come ci si sente me l’ha data Eleonora, anni 13, quando mi ha detto “Ti senti sempre sporca. Ti lavi, tu, ma poi ti senti lo stesso sporca”.

A vent’anni, a trenta, le parole degli altri riesci a fartele scivolare via. A dodici no. A dodici interiorizzi tutto. A dodici interiorizzi anche se uno ti dice solo “Ciao”. Figuriamoci “Spero che tu muoia”.

Certe cose, se succedono a dodici anni, ti restano attaccate a vita.

E poi quasi tutti lì a pensare a come punire, a cosa fare, alcuni con parole che mi vergogno che siano comparse sulla mia bacheca, come “li vorrei buttare loro dalla finestra”.

Posso dirvelo? Non avete capito niente.

Certo che bisogna pensare a come punire. Ma è il prima la cosa importante. Arrivare al punto che un ragazzo di dodici anni lo sappia quanto male può fare: ma prima di farlo. Occorre spiegare loro che non si uccide la gente, che rubare è sbagliato, che rompere le cose degli altri non si fa? No, perché lo sanno già.

Ebbene, vi svelo un segreto: molti di loro non ci vedono nulla di così sbagliato nello scrivere “devi morire” su whatsapp a una loro coetanea.

E qui sbagliamo tutti. Genitori, insegnanti, tutti. Se un ragazzo a quell’età non si rende conto di quanto male possono fare le parole, non è perché “è cattivo”: è perché non glielo abbiamo insegnato. Se trova “divertente” prendere in giro il turbante del compagno, lanciare cartacce in faccia alla ragazza timida e impacciata, è perché non gli abbiamo insegnato che cos’è la diversità, il rispetto per le differenze, la curiosità per l’altro.

Quante volte abbiamo preferito andare avanti, fare lezione, anche se avevamo davanti ragazzi che stavano malissimo e glielo vedevi chiaro in faccia?

Quante volte abbiamo detto anche noi “ragazzate”, quando se andavi un po’ più a fondo ti saresti forse reso conto che era molto più grave?

Quante volte non con le parole, ma con il nostro comportamento, noi stessi non siamo stati un buon esempio?

Non ci sono colpevoli o non colpevoli, quando una ragazza di dodici anni fa una cosa del genere. Quando succede, valgono le parole di Prince Escalus alla fine di Romeo e Giulietta, e cioè: “Tutti sono puniti”.

Non sono stati i tre o quattro bulli. Siamo stati tutti.


 

ALCUNI COMMENTI DALLA RETE:

Lucio A.: Caro Enrico non posso fare che condividere ciò che scrivi… purtroppo nella società è ben radicato il concetto di non tolleranza. Sei diverso da me o non mi stai simpatico o non sei alla moda o… ? Bene! Muori ! Perchè sei un fastidio! Oramai la morte del diverso da noi è la soluzione migliore. Purtroppo adulti, adolescenti e bambini sono esasperati da una società frenetica ed omolagante . Solo l’uguale crea un clima di tranquillità apparente ma appena c’è un imprevisto salta tutto! Gli impulsi più negativi escono fuori disturggendo gli altri e noi stessi. Non facciamo della tecnologia un capro espiatorio condanniamone l’uso improprio ed invadente. Oggi non esiste più la parola intimità tutti devono sapere di tutti , se cerchi di proteggere una parte di te che non vuoi mostrare sei falso e bugiardo non degno di fiducia… Questa ragazzina è stata condannata perchè non era ben digerita da questi bulletti e come dici tu , Enrico , i raggazzi non sentono il rispetto per la vita altrui perchè portati fuori strada dai fatti di cronaca da cui loro dovrebbero essere isolati. Infine ti saluto con la speranza che l’indignazione e la buona volontà prevalgano definitivamente su queste cose.

Elena C.: Tutto vero, purtroppo. La domanda è:come cambiare questo stato di cose? Come aiutare i bambini e i ragazzi ad arrivare a questa consapevolezza, quando per primo il mondo adulto tende all’indifferenza, alla rabbia e ad accumulare frustrazione?

Marina R.: ho sempre detto a mio figlio che non bisogna mai scherzare nessuno per com’è fisicamente nessuno è come vorrebbe essere, nessuno decide dove nascere, eppure benchè lui non l’abbia mai fatto alle medie gli hanno fatto del male, e nessuna mamma ha detto una parola, i ragazzi sono indifesi davanti all’ignoranza bieca. ma io persisto e continuo a dirle sempre che esiste il buono intorno a noi. ciao prof.

Ivano Z.: Guardiamoci in faccia: non possiamo pensare di risolvere il problema delegando il necessario intervento educativo a un progetto di prevenzione. Ne realizziamo oltre trenta all’anno di questo tipo di progetti. Spesso vengono realizzati quando c’è stato il danno (e quindi perchè chiamarli di “prevenzione”?). Altre volte occorre realizzarli in “poche ore” per esigenze di budget o di didattica.
Siamo fuori strada. I progetti realizzati da esperti non sono il fine ultimo, ma sono e devono essere interventi di stimolo, di riflessione. Sono interventi che devono mettere nelle mani di insegnanti, educatori, genitori e ragazzi gli strumenti per discernere, capire, agire in maniera responsabile. Ma rischiano di rimanere interventi spot, meteore, se non vengono accompagnate da una continuità educativa che solo chi quotidianamente vive con i ragazzi può garantire.
E’ nella quotidianità che si gioca la prevenzione, nel costante e faticoso lavoro educativo: non in altro modo. Chi non lo fa, chi delega è ora che riprenda su di sè la responsabilità, il ruolo educativo che gli viene affidato.
Guardiamo e ascoltiamo questi ragazzi. I segnali di malessere, di disagio li inviano quotidianamente, costantemente. Occorre essere pronti ad ascoltare, a cogliere, a leggere quelli che possono essere campanelli d’allarme.
Noi continuiamo a fare il nostro lavoro, quotidianamente, per stimolare interventi di prevenzione, sensibilizzazione, per rendere salda e certa questa rete educativa per renderla pronta ad accogliere questi ragazzi così fragili. Continueremo a macinare chilometri, ore di lavoro, a realizzare spot, a cercare giornalisti e media che ci aiutino a diffondere i nostri messaggi. Ma non possiamo rimanere soli. Non vogliamo rimanere soli. Non vogliamo che il sonno ci venga tolto dalla scelta di una ragazzina che non ha trovato la forza di confidarsi.

Beatrice Dl:Mi hanno aiutato molto le tue riflessioni che ho letto anche ai miei figli (10,13 anni).Io sono insegnante e genitrice e credo che tutti noi si debba lavorare sull’unico campo di lavoro possibile :noi stessi.Io cercherò di osservare meglio, cercherò di fermarmi e sorridere al di là degli scogli del quotidiano,manterro ‘ una finestra di dialogo vera.Cerchero’di esserci,e, quando mi assopiro nuovo (perché accadrà )spero di avere l’energia di scuotermi e ricominciare.E starò con loro,non come comparsa o carta velina, ma come persona ricca di passioni.E spiegherò che si può sbagliare senza sentirsi una schifezza ma che sbagliare serve ad essere qualcosa in più, quando si sa ascoltare. Grazie prof.per aver condiviso con noi queste riflessioni.

Adriana Bea Ts: Credo che i tuoi ragazzi siano fortunati ad avere un professore come te, sono sicura che tu sei ancora in grado di far capire loro certi valori. Sono d’accordo con te che bisogna tutti insieme insegnare, non lasciare soli i ragazzi

Rosy G.: I bambini sono il nostro frutto e il nostro esempio. ..io dico sempre che il frutto non cade mai lontano dall albero…spesso sovrastimiamo i nostri figli facendoli sentire i migliori e loro anche fiori da casa cercano di mantenere questo status. ..sottovalutiamo azioni e parole perché nn li ascoltiamo ….spesso i bulli sono quelli che subiscono il bullismo in altri ambienti e la loro autostima aumenta solo se in gruppo lo si esalta! ! Spesso noi genitori assenti nn solo materialmente ma anche sentimentalmente siamo i primi colpevoli. ..ma se parli con uno di noi è sempre colpa di qualcun altro! !!ecco l esempio che diamo

Viviana P.: Vorrei solo aggiungere a questa tua riflessione l’importanza che ha l’educazione emotiva. Ma quanti adulti, per primi, sarebbero in grado di mettersi in contatto con le proprie emozioni oltre che che con quelle degli altri, per poter insegnare ai ragazzi a fare lo stesso??

Laura C.: Buongiorno,sono una mamma della Liguria,ho letto il suo post,e avevo voglia di scrivere molte cose,troppe.Poi non so come mai,mi sono trovato nel suo profilo con la sua risposta.Ecco,lei ha centrato il problema!!!!!! secondo me oltre al problema dei genitori assenti,c’è la mancanza di una scuola che non sia solo nozionistica!Lei ha fatto una cosa tanto semplice quanto importante….importantissima,ha dialogato con i ragazzi,questo serve per insegnargli a confrontarsi,per imparare a comunicare (oggi più che mai,visto che faccia a faccia si parlano con watsapp),per far prendere coraggio ad esprimere le proprie idee….. ad avere fiducia negli adulti,sentiranno di avere un complice adulto(non un genitore,visto da loro come antico,noioso…) questo manca oggi più che mai. Con questo non voglio demandare alla scuola i compiti delle famiglie!Continui su questa strada,e cerchi più che può di orientare anche i suoi colleghi,sul dialogo…beh,mi fermo,di certi discorsi bisognerebbe poterne parlare a voce.La ringrazio per l’attenzione.Mi scuso per l’intrusione.

Laura M.: Ricordo con affetto la mia professoressa di lettere delle superiori, un’ora alla settimana la dedicava a noi, ci ascoltava, e lo ripeto ancora..ci ASCOLTAVA. Saremo moderni in tutto ma stiamo regredendo nella vita, e i nostri ragazzi sono chiamati a sopravvivere.


 

2 thoughts on “Una parola, una sola, che è: “Basta”. NO AL BULLISMO.

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