Gravidanza: Lavorare fino all’ottavo mese?

“Come è andata la gravidanza?” “Benissimo, ho lavorato fino l’ottavo mese”. Quante volte le donne rispondono così, confondendo il benessere proprio e del bambino del periodo gestazionale con quello della misura della propria efficienza lavorativa?

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Questo il post pubblico su facebook della Dott.ssa Isabella Robbiani che condividiamo volentieri perché il tempo delle mamme dovrebbe essere scandito in maniera più serena per tutelare la tranquillità e la salute di entrambi. Su questo ambito la società gioca un ruolo fondamentale nel creare sinergie utili per poter permettere di vivere una maternità contornata da certezze e diritti e senza l’ansia del lavoro. Sarà possibile?

“Mi occupo di conciliazione famiglia-lavoro dalla mia tesi di laurea fatta vent’anni fa. Sono una donna lavoratrice con due figli. Credo e voglio che siano garantiti i diritti delle donne al lavoro, alla scelta di poterlo fare e che le siano garantiti tutti i servizi di sostegno sicuri e di qualitá per permetterle una conciliazione soddisfacente alla sua vita.

Sono stata referente del progetto Family friendly per l’azienda ospedaliera di Padova e sono responsabile del Progetto Marypoppins perché all’età di 4 mesi di mia figlia ho fortemente voluto un corso di qualificazione per babysitter per permettere a me e a molte donne come me di poter lasciare i propri figli con persone preparate e affidabili.

Ho raccolto per 12 anni i dubbi, le paure, ma anche le lacrime di centinaia di donne che avevano avuto un figlio da poco e che dovevano riprendere l’attività lavorativa.

Insomma, la polemica di questi giorni sulla Meloni mi ha toccato, interrogato, fatto anche arrabbiare per la manipolazione sopratutto politica (ma non solo) fatta.

Però come psicologa e haptoterapeuta perinatale, credo di avere il dovere di mettere al centro il benessere e la salute del bambino prima e dopo la nascita. La scelta delle madri di lavorare fino a poco tempo prima, riprendendo poco dopo -in modo particolare se quel lavoro o quell’incarico è faticoso o stressante- influenza l’ambiente uterino e può contagiare il mondo del bambino mettendolo a rischio, determinare una nascita medicalizzata, sfavorire l’allattamento materno e determinare una genitorialità delegata ad altri.

Il processo della nascita è veicolato da ormoni, emozioni, tono muscolare, corpo, relazioni e attenzione. Il bambino nella pancia non sta bene a prescindere. È un mito che lo stato intrauterino sia paradisiaco.

Come sta il bambino nella pancia dipende. Dipende dallo stile di vita della madre, dalla sue scelte, da quanto si affatica, da quanto è presente e consapevole di ciò che sta vivendo, dal sostegno che riceve, in primo luogo paterno. La relazione con il bambino prima e dopo la nascita ha bisogno di accoglienza, intimità, apertura, concentrazione, pausa materna.

E quel bambino ha bisogno proprio della sua mamma perché con lei condivide il legame più intimo che esista in natura: un legame psico-bio-affettivo (“Amarlo prima che nasca” Relier).

Questo legame non è delegabile, ma deve essere sostenuto dalla famiglia e dalla società. Il processo perinatale ha un effetto determinante e fondante per l’essere umano. Influisce a lungo termine sulla salute fisica, psichica e affettiva di quella persona in divenire.

Ecco perché modelli come molte donne madri del mondo dello spettacolo, della politica o del lavoro sono modelli rischiosi.

Non si tratta di esprimere giudizi sulle loro scelte, delle quali hanno pieno diritto e ne sono responsabili. Ma, come psicologhe che si occupano di perinatalità, non possiamo non tenere conto di cosa sia protettivo e necessario per la salute del bambino prima e dopo la nascita, abbiamo il dovere di dare buone informazioni e sostenere la società a rendersi consapevoli dell’importanza del periodo perinatale come prevenzione e tutela dell’essere umano.”


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