Aborto: un abisso nero e infinito che mi stava inghiottendo

“ABORTO. Per una donna è persino difficile pronunciarlo. Quando poi una donna, una mamma, lo subisce diventa un macigno che schiaccia il cuore. E’ così che mi sento io, schiacciata.”

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A scrivere alla nostra email è una mamma che vuole condividere la sua testimonianza, in modo da poter riuscire ad alleggerire e confortare chi ha vissuta la medesima esperienza.

“A gennaio dello scorso anno scoprii di aspettare un bambino. Non sarebbe neanche stato necessario fare il test, io lo sapevo già dal giorno dopo il concepimento. Il mio corpo aveva già iniziato a trasformarsi per accogliere la nuova vita e, alla seconda gravidanza, è stato abbastanza facile riconoscerne i sintomi.

Il mio compagno (10 anni di convivenza e una figlia insieme) non voleva avere altri figli, era stato argomento di discussione già altre volte e io, che invece ne vorrei tre o quattro, ero al settimo cielo.

Era la mia occasione! Continuavo a dire alle mie amiche che ero stata fortunata, che probabilmente se non fosse successo così, per caso, non sarebbe mai accaduto. Lui non la prese bene. E pensare che, per fargli una sorpresa, gli avevo preparato un pacchettino con dentro il test postivo, un paio di calzini da neonato e una cuffietta azzurra (per me era maschio).

Non reagì come mi sarei aspettata, anzi, per giorni quasi non mi rivolse la parola.

La sorpresa gliel’avevo fatta, eccome.

Ma io ero felice, avevo la mia creatura nella pancia e il resto contava poco e comunque si sarebbe sistemato. La gravidanza ti regala il superpotere della positività.

Piano piano si abituò all’idea. Non era nei suoi piani, ma ormai stava diventando padre per la seconda volta e iniziava a fare dei progetti, a sistemare idealmente la casa all’arrivo del secondogenito. Tutto stava andando per il meglio ed io ero tanto felice.

E invece…

E invece a 17 settimane, durante l’ecografia di controllo, tutto precipitò.

Non eravamo riusciti a fare la villocentesi perche l’embrione si era attaccato molto indietro e mi ero convinta di aspettare e fare l’amniocentesi. Più per l’età che per altro. Avendo già a casa una bimba sanissima ero tranquilla che tutto andasse bene.

E invece…

Non si riusciva a vedere lo stomaco e le misurazioni erano sballate. L’addome era troppo piccolo, il mio ginecologo mi fissò un’altra eco la settimana successiva a cui partecipò anche una dottoressa esperta di morfologica che mi disse di avere il sospetto di una malformazione. Feci la villocentesi il giorno dopo e il 25 aprile arrivò la sentenza: triploidia 69. (Una condizione dovuta alla presenza di tre cromosomi di ogni tipo. Il patrimonio genetico, invece di essere costituito da 46 cromosomi, ne presenta 69. La triploidia è letale in utero o dopo la nascita.)

Mi spiegarono essere una cosa grave, che il 90% delle gravidanze tende a risolversi naturalmente entro le 12 settimane (la famosa frase “la natura seleziona”), che la mia era destinata a non arrivare a termine e che, se anche fossi arrivata in fondo, la mia bambina (era una femminuccia, un’altra) avrebbe avuto una speranza di vita di 24 ore.

disperazione pianto perdita

Un abisso nero e infinito mi stava inghiottendo.

Siamo stati messi di fronte alla scelta più difficile che una coppia possa affrontare. Dovevamo decidere tra la vita e la morte della nostra sfortunata bambina. Io ero molto combattuta. Avevo sempre detto che non l’avrei mai fatto e invece ero lì, intontita dal dolore, insensibile a tutto il mondo che mi crollava intorno, che dovevo pensarci e anche alla svelta perché il tempo stringeva.

Il mio compagno si dimostrò più freddo e lucido e alla fine ho acconsentito ad un aborto terapeutico a 20 settimane.

Il 27 ero già in ospedale. Durante il tragitto in macchina continuavo ad accarezzare la mia pancia, a chiedere perdono per quello che stavo per fare e ripetevo come un mantra “la mamma ti ha amato tanto, la mamma ti ha amato tanto”. Mi indussero il travaglio alle 11 con la prima candeletta.

Medici e infermiere erano molto premurosi, mi proposero l’anestetico per alleviare almeno il dolore fisico, ma io rifiutai, forse per una sorta di auto flagellazione, volevo vivere tutto il dolore.

Pensavo che, se avevo sopportato il parto naturale di una bimba di nove mesi, sarei stata in grado di sopportare il dolore di una di cinque.

Mi sbagliavo.

Il dolore è lo stesso, con l’aggravante che in un normale travaglio si soffre per una gioia mentre io stavo affondando in un ulteriore dolore. Mi diedero la morfina quando ormai ero crollata, fisicamente ed emotivamente.

Alle nove del giorno dopo il suo cuore batteva ancora. La mia bambina era estremamente forte, non si voleva arrendere. Ricordo ancora oggi la frase dell’ostetrica: “il cuoricino non smette di battere, è per questo che ci stai mettendo tanto”. Avrei voluto gridare: “fermi tutti, lei vuole vivere!”, ma ormai era troppo tardi, avevo già rotto le membrane, l’avevo già condannata a morte.

Alle 13, finalmente, si lasciò andare. Piangevo ad ogni spinta, tanto che l’ostetrica si fermò più volte per lasciarmi sfogare.

Tornai a casa con la mia pancia vuota e così mi sento ancora adesso. A volte me la tocco e la sento così terribilmente incompleta.

L’autopsia confermò quello che avevano detto i medici ma non mi confortò più di tanto.

Lo so che è stupido, ma ad un anno di distanza ancora non riesco a rassegnarmi. Ancora non mi perdono di averla tirata fuori con la forza dall’unico ambiente che la teneva in vita. Nonostante tutti mi ripetano che non avevo altra scelta, un pensiero mi punzecchia e non mi da pace. E se lei fosse stata l’eccezione? E se lei fosse stata il miracolo? Magari la forza che aveva dimostrato nel resistere alla morte l’avrebbe tenuta attaccata alla vita.

La mia bambina voleva vivere.

Forse non sono stata abbastanza forte, forse avrei dovuto lasciare che la natura davvero selezionasse, non avrei dovuto intervenire. Vivo nel rimpianto di non averla potuta prendere in braccio, di non averla abbracciata e coccolata. Di non averle potuto dimostrare tutto l’amore che provavo e provo per lei e che ho iniziato a sentire ancora prima di vedere le lineette colorarsi di rosa.

Ma che vita le avrei dato? Ventiquattro ore di sofferenza per poi vederla morire tra le mie braccia?

Più settimane avessi aspettato e più sarebbe stato difficile partorire (perchè oltre le 13 settimane ti fanno proprio partorire con tutto il corredo di contrazioni, respirazioni e spinte). Ho pensato anche alla mia bimba più grande che avrebbe assistito suo malgrado a tutto, l’avrei dovuta trascurare per affrontare un dolore dal quale forse non sarei mai sopravvissuta. E la mia bambina non se lo meritava.

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E forse nemmeno io.

Ho urlato e chiesto a Dio il perché di tutto questo, ero arrabbiata con lui. Ero arrabbiata con il mondo. Adesso invece vivo nella rassegnazione, quello che è stato non si può cambiare e mentre prima lo accusavo, adesso prego e accendo candele davanti all’altare della Madonna pregandola affinché si prenda cura del mio piccolo angelo e le dia tutte le coccole e i baci che io non sono riuscita a darle.

E oltre al senso di colpa, che comunque nessuna terapia o dottore potranno togliere, noi mamme di figli mai nati, lottiamo ogni giorno contro l’indifferenza di chi ci sta accanto, contro la solitudine di sentirci le uniche a soffrirne mentre gli altri non fanno che sminuire il nostro dolore, contro la leggerezza con cui ci dicono che prima o poi dimenticheremo.

No.

Io non voglio dimenticare, non posso dimenticare perché anche se solo per 20 settimane la mia cucciola è stata dentro di me, ha vissuto di me e io mi sento sua madre. Intorno a me sembra che tutti si siano dimenticati di quello che abbiamo vissuto, ma fingere che non sia mai successo non lo fa scomparire.

Io non voglio dimenticare, prima o poi smetterà di sanguinare, ma la cicatrice resterà sempre e io la porterò con orgoglio.

Questo lungo racconto si conclude con la speranza che la mia storia possa aiutare altre mamme che sono sopravvissute ad una morte prenatale a sentirsi meno sole col loro macigno sul cuore…”

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2 thoughts on “Aborto: un abisso nero e infinito che mi stava inghiottendo

  1. Brutta storia Miriam. Capisco che non deve essere stato facile ma come dici avevi un’altra figlia cui dare conto…l’autopsia ha confermato. Una piccola consolazione, ma pur sempre una consolazione. Spiace anche leggere che il marito non ti abbia parlato per giorni qd ha scoperto la notizia che eri incinta, perché queste cose si fanno in due…
    Ti abbraccio e auguri per il futuro.

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