I bambini hanno diritto a fare i “capricci”

Quella sollevata da papà Paolo è una questione annosa e che scalda sempre molto gli animi: da una parte i tradizionalisti che “una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno” e dall’altro il filone new age che “col dialogo si risolve tutto”. Tra le due fazioni ci sono i confusi, quelli che le danno e poi se ne pentono. Dietro questa schiera di adulti che si scannano reciprocamente, ci sono i nostri figli, disorientati e in balia di se stessi.- la Dott.ssa Olga Di Monaco psicologo clinico cercherà di fornirci alcuni strumenti utili per poter affrontare con serenità i capricci dei nostri figli.MAMMABIMBO.jpg

Oggi scrivo queste righe portandomi dietro il bagaglio professionale ma soprattutto quello di genitore, e con la consapevolezza di potermi attirare gli accidenti di tutti quei colleghi genitori che penseranno: “eccone n’altra, tutti bravi a parlare. Psicologi di qua, pedagogisti di là, lo so io che ci vuole con mio figlio!!”.

Ed è vero. Lo sa solo ognuno di noi nel proprio intimo quanta fatica costi, l’esasperazione per la vita a 200 km/h che viviamo dentro e fuori le mura domestiche e il continuo sentirsi in bilico, più di la che di qua. Proprio in questi giorni si è verificato un altro episodio di una bambina morta perché dimenticata in auto. E stamattina per radio l’ennesimo caso di maltrattamento in un asilo: mi chiedo, allora, sul dubbio cruciale “sculacciata si/sculacciata no” quale sia la differenza.

Millemila firme per una petizione a favore delle telecamere negli asili, mamme e papà e che si confrontano quotidianamente fuori scuola e su whatsapp su come i figli stanno con le tate e se queste sono sufficientemente buone e suffcientemente empatiche. E poi? Quando succede a noi in casa di perdere la pazienza e alzare le mani è legittimato dalla “patria potestà”, da un’atavica quanto inconfutabile autorizzazione intergenerazionale che il genitore, lui si, lui può.

Questa è autorità. Non è autorevolezza. Come se mettere in discussione il metodo punitivo significasse tradire gli insegnamenti dei propri genitori e quello che hanno fatto con noi, che “le abbiamo prese ma siamo venuti su bene lo stesso”.

Oggi, sono quegli stessi nonni che drizzano i capelli davanti ad una qualsiasi minaccia verso i nipoti. Forse la differenza la fa quando ci troviamo coinvolti in prima persona nell’educazione di un figlio, quando sentiamo che le nostre energie vengono sempre meno, indaffarati come siamo a dover far quadrare tutto, e non abbiamo troppo tempo di star li a capire che dietro i capricci di nostro figlio c’è una richiesta non solo pratica, ma sopratutto un bisogno emotivo, e che è più impegnativo da gestire soprattutto per noi, che ci siamo un po’ dimenticati come si fa.

Non penso che i genitori che non picchiano siano migliori di quelli che lo fanno, non esistono per me (che lo sono e che ci lavoro) genitori migliori o peggiori. Sono dell’idea che l’eredità più ricca che si possa lasciare ai propri figli sia l’idea che il genitore si fa delle domande, e che non è sinonimo di debolezza.

I genitori che sculacciano non sono dei mostri, non sono sciocchi, non amano meno i loro figli, chissà quanta pazienza hanno. E i genitori che non sculacciano non è che non sbaglino, che siano sempre zen, che abbiano figli perfetti, chissà quante volte pensano di dargliene quattro. Gli errori li facciamo tutti, tante volte pensando di fare il bene di nostro figlio, altrettante perchè non ne possiamo più. E’ questo forse il punto.

Qual è il nostro punto di arrivo? Quale il nostro limite, quello che proprio non sappiamo più che fare e parte lo scappellotto? Quando è che ci si chiude la vena e ci poniamo lo schiaffo come alternativa? Mi chiedo, e vi chiedo: a cosa serve a noi lo schiaffo come alternativa. A cosa serve al bambino.

Spesso si pensa che se non si ricorre alla violenza fisica (che, anche se non vede spargimento di sangue, ematomi o lesioni è comunque violenza fisica) i metodi educativi in cui si “parla” e si spiegano le cose ai bambini siano poco incisivi, che per le piccole pesti se non si agisce con forza non capiscono e che non sono ugualmente efficaci. Ed è vero, non lo sono, se non ne siamo convinti.

Mi spiego meglio: i bambini non sono stupidi, lo capiscono quando un atteggiamento è forzato e quando ci si crede per davvero, e se l’adulto non ci crede o ha dato modo al bambino di imparare che quello è un tentativo, il preludio alle botte o alle urla, si sentono presi in giro e si confondono. E il risultato è un genitore che c’ha provato a vedere come andava, ma si è trovato davanti tutta la frustrazione e la rabbia per non aver ottenuto un bel niente, e un bambino più in crisi di prima, deluso e arrabbiato.

Funziona se non ci si pone la sberla come alternativa, e questo è un buon modo per provare a stare al di qua di quel burrone. Funziona quando ci si ricorda chi dei due è il bambino, e che non è tenuto né capace di farci contenti come vorremmo. Funziona quando con sincerità e umanità mostriamo ai nostri figli che siamo fallibili, che proviamo emozioni forti anche noi, e che possiamo chiedere il loro aiuto perché crediamo che possano migliorare e stanno crescendo, ma non è giusto attribuirgli il potere di come vanno le cose a casa nostra.

I bambini hanno diritto a fare i “capricci”. E lo scrivo sperando che arrivi il più tardi possibile il giorno in cui mio figlio leggerà queste mie parole e mi rinfaccerà che lui si, lui si che può perché è bimbo.

E’ doloroso per un genitore urlare o picchiare: sta ammettendo a suo figlio che è stanco, avvilito, incazzato e che c’è una colpa in tutto ciò, crediamo sia del bimbo che non ascolta ma spesso è dell’adulto che non batte una strada tortuosa per farsi ascoltare.

Non ci credo a quelli che vogliono dare ad intendere che non gli pesa sentirlo piangere sotto le botte, che “gliele do così impara”.

Cosa impara? Che la prossima volta che farà il bambino le prenderà? Perchè tornerà a fare il bambino quale è, e a disubbidire, a provarci. Col tempo forse imparerà anche a doversi sentire più grande di quanto non sia, a tenersi dentro le fragilità e le emozioni, che non c’è posto per il suo essere bambino.

Parlare e spiegare ad un figlio non significa fargli fare quello che vuole. Significa  trasmettergli che io sono il genitore, che so indicargli la strada giusta per proteggerlo,che non ho bisogno di fargli sentire del dolore fisico o sbraitargli dietro per farmi ubbidire.

Significa essere autorevole, non autoritario. E probabilmente mi stimerà di più. E stimerà di più anche se stesso. Durante la crisi l’adulto deve provare ad arginare il “capriccio” aiutando il bimbo a percorrere un’altra strada che non sia quella delle urla, dell’impuntarsi, del non voler sentire ragioni. Se lo faccio anche io, come posso pretendere che non la faccia mio figlio? Come possiamo pretendere che ci ascolti un minore, un bambino che viene ritenuto per la gran parte artefice delle proprie e delle nostre difficoltà? Un bel controsenso.

Nella mia esperienza professionale ho maturato la certezza che TUTTI i genitori hanno risorse e potenzialità, anche quelli che arrivano dicendo: non so più come fare. E più si sentono capaci, maggior beneficio ne trarranno anche i loro figli e l’intera famiglia.

Abbandonare l’idea che tanto è lui che è monello, che è lui che non ascolta, è una strategia vincente, perché permette di sentirsi il timoniere di una nave che per andare sulla giusta rotta ha bisogno di tutto l’equipaggio, ma ha il compito fondamentale di fornire indicazioni chiare su dove andare.

CONSIGLI PRATICI:

1) dare indicazioni chiare e coerenti su ciò che si chiede;

2) usare un tono fermo: non serve sbraitare, trasmettiamo rabbia e aggressività; è utile però non lasciare intuire dal tono di voce che ci sono margini di contrattazione;

3) se è un divieto, spiegare i rischi che il bambino può incorrere nel trasgredirlo;

4) valutare la situazione e il grado di pericolo e modulare la propria reazione in base a quella;

5) non lasciarsi influenzare da pensieri sul giudizio delle persone che ci sono attorno: può accadere che in pubblico il bambino ci metta in difficoltà, e fare il genitore “tutto d’un pezzo” ci fa incorrere nel rischio di una doppia delusione: un figlio che sbraita più di prima, e una brutta figura di come avremmo voluto sembrare agli occhi degli altri;

6) adattare modalità di dialogo a seconda delle età; utilizzare parole semplici e frasi brevi;

7) comunicare le nostre emozioni al bambino crea un clima di umanità e condivisione utile a tutti in casa;

8) reagire alla rabbia con la rabbia rende incandescente la situazione e disorienta il bambino, oltre che farci sentire senza energia e sull’orlo di una crisi di nervi;

9) un abbraccio non risolve tutto, ma è un’ ottima alternativa da tenere a mente.

E’ un investimento a LUNGO TERMINE. Non li umiliamo adesso per non farli sentire piccoli anche da grandi. PENSIAMOCI.


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