“Adesso devi pensare al tuo bambino”, ti dicono

Quando cerchiamo delle foto sulla gravidanza la maggior parte che ci vengono proposte ritraggono mamme felici, genitori contenti, fiori e sorrisi, tutto sembra perfetto per l’arrivo del piccolino, tutto sembra circondato da amore e gioia. Ma è sempre così? Davvero lo sconforto, il sentirsi inappropriate fa parte di un progetto che non attacca le mamme in attesa? Davvero è tutto così eccezionale come ci vogliono fare credere?
No, non è sempre tutto rosa e fiori e non è sempre un momento sereno la gravidanza. I nostri pensieri, il nostro IO viene spesso dirottato su quello che dovremo essere, su quello che gli altri si aspettano da NOI, su quello che nel nostro immaginario significa essere una buona e brava madre. Tutto converte nel ruolo che la società ci ha rivestito ma che non ci calza a pennello, proprio non ci sembra quello che vorremmo…
TSMMama ha accolto l’appello di una mamma, una mamma come tante che ha lottato contro l’indifferenza di chi non ha capito il suo stato d’animo.  “Adesso devi pensare al tuo bambino” un annientare la donna, con le sue aspettative, i suoi sogni professionali infranti e il volgere lo sguardo verso la mamma, quello che sarà nel futuro. Nessuno recepisce le paure e le sfumature del suo animo incastrato tra le difficoltà quotidiane e la vita che scombussola di volta in volta i piani per arrivare “serene al parto”.
Un modo per riflettere e riconsiderare il nostro ruolo che non è invincibile e nemmeno scontato…
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(leggete fino in fondo per favore…)
 

“Adesso devi pensare al tuo bambino”, ti dicono.

Te lo dicono quando alla 6a settimana scoprono che hai una emorragia intorno all’utero, e ci potrebbe essere un distacco. E tu vai in crisi perché fai un lavoro che proprio non ti piace ma che ti stressa tantissimo, e lo stress è una causa probabile di questa emorragia. Quindi sì, la colpa è un po’ tua. Allora ti metti a letto per una settimana, e preghi che le cose si sistemino. 
 
“Adesso devi pensare al tuo bambino”, ti dicono.
L’emorragia se n’è andata, e torni a lavorare. Hai la nausea 24 ore su 24, la pressione sotto le scarpe, ogni mattina ti senti svenire e ti viene da piangere, ti viene da piangere anche mentre sei in quell’ufficio da sola, sola perché dopo la gravidanza sei diventata invisibile e ti tengono lì solo per un contratto da rispettare. Devo pensare al mio bambino ma voglio anche dimostrare che nonostante tutto il mio lavoro lo faccio, e lo faccio bene.
“Adesso devi pensare al tuo bambino”, ti dicono.
“e dovresti pure fare una amniocentesi urgente”, aggiungono. Sì, perché il BTest ha decretato che il rischio per la Sindrome di Down è altissimo: ma io e il mio compagno decidiamo, insieme, che l’amnio non la vogliamo fare, aspettiamo e speriamo e piangiamo ma lo amiamo già tanto questo fagiolino che comunque sarà lo terremo.
“Adesso devi pensare al tuo bambino”, ti dicono.
ok, è davvero il momento. Allo scadere del contratto non mi viene proposto nulla, tanti saluti e arrivederci. Lo ammetto, sono sollevata. L’idea di tornare in quel posto è peggiore che l’idea della disoccupazione. Quindi a 5 mesi dal parto ho tutto il tempo di riposarmi, godermi la pancia, sistemare casa per lui, che ormai sappiamo sarà Francesco.
“Adesso devi pensare al tuo bambino”, ti dicono.
sono finalmente in vacanza con la tua famiglia e il mio fidanzato, al settimo mese ormai i fastidi sono tanti (mal di schiena, gastrite, gonfiore di piedi ecc) ma ancora sopportabili quando arriva la notizia: il giorno di ferragosto la nonna paterna ci ha lasciato. Corsa a casa, assimilo il colpo, mi domando cosa fare. Tutti ti dicono: non andare al funerale, ti farà male, adesso devi pensare al tuo bambino. Ma tu vai, perché era tua nonna, tua nonna che hai fatto solo in tempo a dirglielo che eri incinta prima che se la mangiasse la demenza senile e non ricordasse quasi nulla. C’è caldissimo, sto male. La pancia lancia un segnale, delle piccole contrazioni. Piango fino al giorno del funerale, poi decido che la soluzione migliore è “chiudere il cervello” e non pensarci più.
“Adesso devi pensare al tuo bambino”, ti dicono.
sì, adesso avete proprio ragione. Avete ragione perché a 3 settimane dal parto sono enorme e non mi muovo più, ho continui dolori alla pancia e non mi fido ad andarmene in giro.
Soprattutto, prendo una decisione che cambierà per sempre la mia vita. 
Come affrontare la notizia la tua migliore amica da vent’anni, che aveva appena partorito pure lei, è all’ospedale? è all’ospedale, dove in pochi giorni capiscono che inspiegabilmente una ragazza sana, di 32 anni, che ha appena partorito una bimba sana, è consumata dentro da un male terribile, terribile e incurabile. 
No, io non ci vado all’ospedale. Io non la reggo questa cosa, io DEVO arrivare al parto serena. Serena, certo, dopo tutto quello che mi è capitato, già non sarebbe facile. Ma io prendo la mia decisione e la porto fino in fondo. Va il mio compagno (anche lui suo amico), le faccio avere un regalo, tanti messaggi e telefonate. Finché ha potuto rispondere. 
“Adesso devi pensare al tuo bambino”, ti dicono.
A costo di perdere un sacco di amici? di perdere ogni contatto con la famiglia di lei, con il suo compagno che conosco da 10 anni? sì, adesso sì. Adesso devo partorire. E’ il momento di pensare a questo. Sono una maledetta calcolatrice quando voglio. Questo mi ha salvata la vita. Come le avrei affrontate 17 ore di contrazioni se non avessi avuto la capacità di chiudere il cervello? di pensare solo al qui e ora, a nient’altro, solo al  MIO dolore? sarei impazzita, lo giuro. 
E sarei impazzita pure quando a meno di 48 ore dal parto, mentre ero ancora all’ospedale, mi vengono a dire che lei non c’è più. In 3 settimane se ne è andata, così, come se l’avessero investita per strada.
Il mio mondo non c’è più. In 48 ore ho un bambino (sanissimo) tra le braccia ma non ho più lei. Tutto diventa grigio, molto grigio. Tutto tranne LUI, che mi riporta alla realtà ogni momento, tra un pianto e una cacca e una poppata.
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Non ti dico se sono andata al funerale perché la risposta è scontata. Non sarei mai uscita dal baratro se fossi andata. Ci sono uscita dal baratro, a ormai due anni di distanza? Va meglio, ma è stata dura. Sarà dura a ogni compleanno di mio figlio, lo festeggeremo sempre con l’amaro in bocca povero amore mio. Non è colpa sua ma per me festeggiare qualsiasi cosa in quei giorni è terribile.
Io ho deciso di affrontare il dolore a piccoli passi, con il mio tempo, con il tempo che mi imponeva mio figlio, ne pago le conseguenze ma non sono pentita. Penso di avere fatto il bene mio e di Francesco, e anche se è brutto da dire io non avevo più niente da perdere, perché la mia amica non c’è più.
Mi piacerebbe, che il tema della depressione e del post-parto o il babyblues fosse affrontato più spesso. A me è successa una certa quantità di sfighe che spero non capiti a nessuno, ma so per certo che tante donne, a cui magari è andato tutto benissimo, dopo il parto si sentono piccole, incompetenti, inadatte, sbagliate, brutte, e chi più ne ha più ne metta. Magari non è depressione vera e propria ma è un attimo finirci dentro. Ecco io vorrei dire a quelle donne di chiedere aiuto, di non stare sole, di concentrarsi sul loro bambino e su nient’altro, di sedersi e pensare che la tua vita è questa, quei momenti speciali non tornano più mentre il resto del mondo può aspettare. Noi donne abbiamo una forza interiore che dobbiamo solo scoprire e tirare fuori al momento giusto!

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