La gravidanza non è una malattia, ma ci si può ammalare di depressione

La nostra cultura, fatta di stereotipi e immagini tranquillizzanti ma vuote, ci impone di guardare alla superficie delle cose, senza osare andar oltre il luogo comune. E’ questa patina occidentalmente rassicurante che fa da freno, su un piano sociale, all’acquisizione di consapevolezza e all’accettazione della difficoltà psicologica come un momento da affrontare, e non come della polvere da nascondere sotto al tappeto. Il post parto, così come la gravidanza stessa, sono fasi del ciclo di vita adornate da profonda superficialità e “sentito dire”, che appesantisco l’animo di chi vive sulla propria pelle, e tra le proprie viscere, emozioni contrastanti e vissuti confusi. – Parliamo con la psicologa Paola Olga di Monaco di depressione post parto che spesso viene sottovalutata, o persino ignorata. Eppure colpisce una mamma su dieci. Può risolversi in pochi mesi, oppure diventare una malattia seria.

gravidanza

 

Nella donna, il post- partum rappresenta il periodo a più elevato rischio per l’insorgenza di Disturbi dell’Umore e di Episodio depressivo maggiore (Gilberti – Rossi,2005). I dati prensenti in letteratura ci dicono che circa il 19% delle mamme sviluppa una depressione post-partum (Gavin et al, 2005), i cui sintomi compaiono tra la 4° e la 12° settimana dopo il parto. E’ la più comune complicanza del purperio (Wisner, 2006).

Clinicamente, il DSM- IV-TR (il manuale  diagnostico e statistico dei disturbi mentali) elenca i seguenti sintomi per diagnosticare la depressione maggiore unipolare:

1) Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, come riportato dal soggetto o riportato da altri;

2) Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno;

3) Significativa perdita di peso, in assenza di una dieta, o significativo aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi ogni giorno;

4) Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno;

5) Agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno;

6) Affaticabilità o mancanza di energia quasi ogni giorno;

7) Sentimenti di autosvalutazione oppure sentimenti eccessivi o inappropriati di colpa quasi ogni giorno;

8) Diminuzione delle capacità di pensare o concentrarsi, o difficoltà di prendere decisioni, quasi ogni giorno;

9) Ricorrenti pensieri di morte, ricorrente ideazione suicida senza elaborazioni di piani specifici, oppure un tentativo di suicidio o l’elaborazione di un piano specifico per commettere suicidio.

Dal DSM V, ultima versione del manuale, è stata eliminata la specificazione “con grave rischio di suicidio”, ed in particolare la depressione post parto è intesa come un sottotipo di depressione maggiore la cui insorgenza è da osservare nel “peripartum” (la denominazione “perinatale” coinvolge la gravidanza e l’immediato dopo parto, quella post parto si riferisce al periodo successivo), comprendendo così anche il delicato periodo della gravidanza.

Infatti, si è arrivato (finalmente, aggiungerei) a comprendere ed accettare che durante la gravidanza alcune donne possono apparire più stressate ed emotivamente incostanti, senza però soddisfare i criteri di una qualunque malattia mentale, ma che quelli manifestati sono importanti campanelli d’allarme che consentono alla madre stessa, o a chi le sta attorno, di intuire che è necessario chiedere aiuto psicologico.

Possono comparire normali alterazioni psicologiche, comprese ansia, labilità dell’umore e preoccupazioni esterne riguardanti i cambiamenti del corpo ed il benessere del bimbo in pancia (C.Mencacci, 2012). La prevenzione è l’elemento che più consente una prognosi favorevole, poiché la maggior parte delle malattie, se prese in tempo, possono essere meno invalidanti. Fa più danni la superficialità che il voler vedere le cose come stanno.

 L’ansia può manifestarsi in molti modi e circostanze, ed è tra i sintomi più frequenti. Può riguardare ad esempio il ruolo materno, la salute del bambino, il parto (nelle forme psicopatologiche si parla di tocofobia). Quando una donna si accinge a diventare madre, si intrecciano più fattori psicologici, biologici e sociali che riguardano il suo essere donna, madre, compagna, lavoratrice, il suo essere figlia, come e quanto il legame con la propria madre e il modo in cui ha interiorizzato lo stesso influenza la costruzione di una nuova e più complessa immagine di sè. In fondo, se abbiamo bisogno di 9 lunghi mesi per generare un essere umano è anche perché ci servono dei tempi di assorbimento e metabolizzazione, per consentirci di accogliere una nuova dimensione di noi stesse.

         I fattori predittivi di depressione durante la gravidanza sono: familiarità con disturbi psichiatrici e storia pregressa nella donna, relazione conflittuale col partner e scarso sostegno dalla rete familiare e sociale, patologie medica della madre, uso di sostanze.

         La depressione post-partum si diagnostica con la presenza di 5 o più dei sintomi sopraelencati per la dep, maggiore, presenti per una durata di almeno 2 settimane continuative. Può insorgere dopo circa un mese dal parto, e non è detto che colpisca solo le primipare, può interessare ogni donna in stato interessante, anche al secondo o terzo figlio. Non dobbiamo immaginarci necessariamente una mamma sempre a letto e che non parla con nessuno: una mamma arrabbiata, molto irritabile, che reagisce con particolare veemenza emotiva ad episodi di vita quotidiana, che esterna l’incapacità e la frustrazione a sentirsi competente e a riconoscersi delle positività, sia rispetto alla coppia che alle richieste del neonato, è una mamma da ascoltare e da non lasciare sola.

         Non è un caso che si parli di depressione dopo circa un mese dalla nascita, perché nei giorni immediatamente successivi alla nascita la mamma è soggetta a sperimentare una forma passeggera di depressione dell’umore, comunemente chiamata baby blues o maternity blues (dall’inglese blue che vuol dire “tristezza”).

E’ anche detta “sindrome del terzo giorno”, e rappresenta una sorta di “malinconia” che insorge in circa l’80% della puerpere. Si manifesta con sintomatologie simili a quelle depressive (crisi di pianto, senso di indaguatezza rispetto al ruolo materno, irritabilità  nei confronti dei familiari, agitazione, ansia)  ma di solito evolve al massimo entro una decina di giorni.

E’ clinicamente meno rilevante perché è una fase fisiologica che si risolve spontaneamente, ma non lo è emotivamente: la mamma va compresa, sostenuta nei momenti in cui ha bisogno di sfogarsi, o anche solo di piangere, e soprattutto ascoltata. Da familiari e amici l”attenzione alla persona , oltre il ruolo materno può essere l’elemento che fa la differenza nel riconoscere precocemente se il baby blues non sia l’anticamera di una depressione post partum, o quanto sintomi non esplosivi o subdoli non siano il terreno su cui la malattia si sta costituendo. Infatti la DPP può manifestarsi con tratti significativi anche successivamente al periodo canonico di insorgenza.

         I fattori di rischio per la depressione post partum riguardano:

– Storia psicopatologica pregressa o familiarità psichiatrica;

– storia di psicopatologia in gravidanza o una precedente depressione post partum;

– patologie endocrine (ipotiroidismo ), sindrome premestruale o disturbo disforico premestruale;.

– giovane età, scarsa rete di supporto sociale e familiare, rapporto di coppia conflittuale;

– complicazioni ostetriche, nascita pre-termine, neonato prematuro con patologia;

– parto traumatico;

– abuso sessuale, violenza domestica.

         Alla mamma e alla famiglia queste indicazioni diagnostiche possono essere utili per dare un orientamento sul tema, ma non devono essere lette con rigidità: la depressione può manifestarsi anche con sintomi aspecifici, e anche in tempi differenti da quelli riportati. La valutazione quantitativa e qualitativa dei sintomi va fatta dal clinico in sede di anamnesi, colloquio e diagnosi. Voglio che passi questo: che la salute mentale non è secondaria alla visita di controllo ginecologica a 40 giorni dal parto. Fino al 50% dei casi di depressione nel post-partum restano sconosciuti, e i sintomi che compaiono in questo periodo sono frequentemente sottovalutati e trascurati sia dalle pazienti che dai clinici (Coates et al. 2004, Evins et. al 2000). Richiedere un parere ad un esperto di salute mentale è necessario quanto andare dal dentista per una carie: statisticamente i ginecologi diagnosticano solo una minima parte (16-22%) delle depressioni post-partum (Morris-Rush et al. 2003). E non dovremmo stupirci di questo: salute fisica e mentale sono strettamente correlate, ma ogni branca della conoscenza ha i propri specialisti. Il senso di cura di sè e di responsabilità verso se stessi, la propria famiglia e il proprio figlio deve smuovere madre e familiari a non lasciar correre. Il supporto del papà è fondamentale: non basta armarsi di santa pazienza, il rischio è che si passi all’abitudine e la malattia progredisca, logorando persone e relazioni. Occhi, orecchie e cuore aperti, nell’interesse di voi tutti.

         Le pretese che gravano sulla madre sono di corrispondere ad un’immagine socialmente accettata ed edulcorata di mamma-compagna-amorevole-supereroina-felice-coccolosa, e fanno la differenza su un delicato senso di sè in ri-costruzione, amplificano sentimenti di vergogna ed inadeguatezza. Spesso la difficoltà più grande non è riconoscere di stare male, ma trovare la serenità e la fiducia per dirlo agli altri, comunicarlo ad altre mamme e alle persone che ci sono attorno, al proprio compagno, alla propria madre, al proprio fratello senza paura di essere sminuite o ridicolizzate nella propria difficoltà.  Del termine “depressione” se n’è fatto un abuso, e si usa come sinonimo di tristezza o apatia anche nel linguaggio comune: questa disinformazione ha fatto si che il disturbo venisse via via sottovalutato e minimizzato, o tacciato di risoluzione tra il divino e lo spontaneo senza certezze. La depressione è un disturbo psichiatrico che va valutato e trattato come tale.

         Sentir crescere una vita dentro di sè, prepararsi al distacco fisico e alla dipendenza affettiva e fisica sono temi importanti e vitali, ancestrali e viscerali, che con uguale dignità e  accortezza vanno trattati. Gli effetti e le conseguenze di una depressione post-parto non trattata vanno ad incidere profondamente non solo sullo stato di salute mentale della madre, sulle sue relazioni sociali e il rapporto di coppia, ma soprattutto sulla costruzione della diade ralazionale madre-bambino, con significativo aumento statico di insorgenza di disturbi ansiosi, di attaccamento e comportamentali già in età prescolare nei figli (Gelfand e Teti, 1990).

La gravidanza non è una malattia, ma durante la gravidanza e dopo ci si può ammalare di depressione.


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