Pancine, panciuzze, giorni della rugiada e altre meraviglie

 

“Ci avete creduto, mi dispiace. Avete pensato che una (tendenziale) parità di diritti, l’obbligo scolastico, performance scolastiche ed intellettuali superiori a quelle maschili (ma qui mi censuro, per non essere accusata di diffondere il gender) avessero riscattato noi “medie peccatore”, noi esseri vagina-dotati dalla terribile accusa di essere inferiori, eternamente infantili, costrette a vivere dentro un’eterna “casa di bambola”(1).” – a scrivere a TSMMama è Giulia Veschi che in maniera graffiante cerca di mettere in risalto le particolarità delle mamme/donne sui Social e non solo. Buona Lettura!

bimbo

Bene, amiche sconosciute: avete, abbiamo sbagliato, errato, fallato (solo chi non fa, non falla!) e chi più ne ha, più ne metta.

Anni di fatiche sugli aoristi greci e gli alcani e gli alcheni, lotte decennali per mandare in pensione busti e crinoline, per votare, diventare astronaute, non essere ammazzate perché “disonorate”… ed infine, niente da fare, come nelle più scontate commedie all’italiana, si scivola sulle solite risapute bucce di banana.

La galassia di Facebook, se un pomeriggio di ferie o le esigenze del pendolarismo te le concedono, sforna pianeti che brillano, luccicano e persino ardono di soffusa, dolce luce materna… ahimè, velata, anzi decisamente offuscata da un non-so-che di tragicomico…

Stiamo parlando del nuovo, excitante fenomeno delle Pancine e Pancinelle e Panciottuzze e Mammettine e Mammoline feisbucchiane, giovani (o meno giovani) donne che il destino biologico della maternità trasforma improvvisamente in emule di Flanders, quello di Salve salvino vicino!, dei Simpson.

Donne di 25-30 anni, spesso laureatissime, masterizzate e dottorate, che di fronte alle due lineette sul test di gravidanza, ai nove mesi di pupo in pancia ed ai 4 kg di neonato urlante in culla (per non parlare dei 36 mesi di figliolo da portare all’asilo, ché l’età dei figli, come per le forme di parmigiano, si misura in mesi!) improvvisamente si trasformano in Panciuzze e Cuoricini cuoriciosi amorosi.

Un vezzeggiativo tra “sorelle” di gravidanza, parto (e lacerazioni, sangue, dolori, urla… perché la maternità comporta tutte queste piacevolezze qui, ça va sans dire) che un poco intenerisce, un poco lascia perplesse. Come se, nel 21esimo secolo, con l’uomo che va sulla luna (anche se i terrapiattisti lo negano) parlare di “gravidanza” e “parto” fosse indelicato, poco fine, poco “femminile” o forse semplicemente troppo “adulto” in una società dove anche i 40enni sono definiti “ragazzi”.

Ed ecco che su Facebook e sui millemila forum di internet compare il “cercare la cicogna” e le pancine e pancinelle. Ecco che il cordone ombelicale (preziosa fonte di staminali) viene pudicamente ribattezzato “cordone del pancino”, quando in realtà è un moncone di brutto aspetto e pessimo odore, da disinfettare e tener pulito finché non cicatrizza e cade… o all’occorrenza può diventare, così giurano le mamme artiste su Facebook, un originale portachiavi o un decorativissimo ciondolo.

Sarà che la scrivente ancora non s’è trasformata in panciottina amorosa e dubita fortemente che bastino pure ottanta gravidanze ad attenuare la “razionalità agghiacciante” che l’affligge, ma, ehi, stiamo parlando di orecchini o ciondoli realizzati con materiale biologico. Anche un tantino di scarto se vogliamo. Certo, certo, prima di trasformare materiali biologici vari in gioielli très chic saranno adottati opportuni procedimenti d’artigianato (resine? Colla vinilica, fiamma ossidrica?) atti ad evitare – scusatemi – l’avanzare della decomposizione, ma insomma, sempre materiale biologico è, accidenti… Anche se ormai su Internet furoreggia, affiancato anche da orecchini e gioie varie fatti con latte materno (l’ingrediente più di moda del momento, altro che prodotti bio o senza glutine! Se volete cucinare qualcosa di trendy, procuratevi latte di mamma che allatta e chi vi batte più?) e dagli immancabili ninnoli con i denti da latte del pupo, che fanno molto talismano voodoo ma ormai se non ne sfoggi un paio alle orecchie ed uno al collo, non sei nessuno.

E se non bastano i gioielli fatti con pezzi del pupo (per così dire), c’è sempre l’avvolgente e caldo mondo della placenta. Proprio così. Quella sacca che avvolge il feto, lo ripara lo nutre e che in certe antiche tradizioni contadine era detta “secondo parto”, andava sepolta lontana da casa della puerpera, previa esibizione in controluce (per provare che era stata espulsa tutta quanta, ché se resta dentro son dolori e setticemia)(2)… bene, preparatevi a farci amicizia, con la placenta dico. Ormai è una celebrità.

Anzitutto, pare che cucinarla e mangiarla (proprio così, avete letto bene) sia un  rituale magico esoterico mistico e tonificante, altro che gli spinaci di Braccio di Ferro o le pozioni di Alice nel Paese delle Meraviglie o il Nesquik della nostra infanzia!

La panciuzza trendy con alte vibrazioni ed un karma che si rispetti, una volta partorito, anzi una volta accolta la cicogna, non deve sprecare nulla.

Ora, a me pranzi o cene a base di placenta o qualsiasi altra parte di corpo umano evocano l’adorabile dottor Lecter (che non è propriamente il tipo paterno, figuriamoci materno), ma chi ha curiosità e stomaco forte o semplicemente vuole motivarsi a perdere quei due kg in più in vista dell’estate, si faccia un tour enogastronomico su Google  digitando “placenta recipes” e non dica che non l’ho avvisato/a…  polpette, arrosti, sughi e brodini a base di placenta, non so se sfumata o meno con latte materno l’accoglieranno! Non manca nulla, gira anche voce che negli USA, dove sono più avanti, già esistano ricettari su come cucinare questa delizia, così salutare che vien da chiedersi come abbiamo fatto a farne a meno finora…

Però, in tempi in cui mangiar carne non è tanto politically correct ed esistono le pappine vegane pure per cani e gatti (la scrivente è ancora affezionata alle bestiole old style che mangiano gli avanzi dei padroni e se si comportano bene qualche bocconcino scelto…) chiudiamola qui, magari in attesa dell’invenzione di una vegan-placenta (già in originale, comunque, è gluten free e senz’olio di palma).

Del resto, se non volete preparare manicaretti di placenta, amiche pancinelle, c’è l’imbarazzo della scelta: dai gioielli (altro che i diamanti che secondo Marilyn erano i migliori amici delle ragazze!) alla Lotus Birth. No, non sto parlando dell’autovettura Lotus, quella (per intenderci) che una Sharon Stone magnificamente impeccabile guida in Basic Instinct, quando non seduce il poliziotto Michael Douglas accavallando le gambe e proponendo giochetti amorosi in stile Magda famolo strano.

La lotus birth, che tra parentesi non è uno scherzo e può spalancare la porta ad infezioni, emboli e tante altre poco allegre complicanze, è una pratica sicuramente fascinosa, con quel non so che di New Age, quel profumino di incenso e spezie e quel rollare di cembali… tornando sulla terra: alla nascita, al fagottino di gioia non viene reciso il cordone ombelicale, ma tutto il “cordone del pancino” e la placenta (un chiletto circa di roba sanguinosa e fradicia e con un odore disgustoso) vengono de-li-ca-ta-men-te lasciati attaccati alla personcina, in attesa che essicchino e si stacchino da sé. Le motivazioni, molto empatiche, molto spiritual, molto “risonanza” e “vibrazione” possono essere affascinanti senza dubbio, ma rimane il fatto che tutto l’ambaradan (placenta, cordone ecc), oltre a catalizzare vibrazioni positivissime per il pupo rischia di fungere da benvenuto per germi, infezioni e quant’altro. Del resto, col logorio della vita moderna è già difficile star dietro al neonato, accudire anche la di lui placenta ed il di lui cordone ombelicale è una vera impresa.

E se le magie ed alchimie del momento della cicogna non bastano, che ne dite di quattro chiacchiere sui “giorni della rugiada”, “le rosse” “il marchese” “le regole” “il periodo critico”? Sarà che spesso la scienza appare fredda (del resto, di Alberto Angela ce n’è uno solo!) e dopotutto la ginny (la ginecologa) non deve saperne molto più di noi, che due ovaie ed una vagina le abbiamo a nostra volta, ma nell’epoca di Facebook anche le mestruazioni devono cambiare volto e natura.

I vezzeggiativi bambineschi per il ciclo si sprecano, ma non è una novità: anche alla scrivente, figlia degli anni Ottanta, fu insegnato dalle amiche “diventate signorine” prima di lei a parlare del fenomeno dell’immondo sangue con giri di parole degni di D’Annunzio.

Servirebbe qualcuno di più qualificato di me per spiegare come mai “mestruazioni” sia una parolaccia da evitare pudicamente anche quando in TV spopolano le pubblicità di assorbenti e tamponi, con donne ridenti che “in quei giorni” pilotano aerei con la destra e mandano missili in orbita con la sinistra, ballando il tango figurato su tacco 12, mentre poi (magari) nel ristorante o nel bar non esiste un distributore di assorbenti manco a pagarlo oro. Perché si sa, pancine mie, panciottuzze belle, le “regole” sono roba impura, quando “hai le tue cose” non devi far la doccia o lavarti i capelli o tingerli o depilarti, o fare il bagno in mare, perché rischi di avere una emorragia fatale (!) o di perdere il ciclo per sempre.

E non parliamo poi di “cercare la cicogna” o “fare capriole col diavolo” durante “i giorni della rugiada”, già la Bibbia condannava il sesso durante le mestruazioni ed ora poi la Bibbia feisbucchiana, i gruppi whatsapp e le chiacchiere tra amiche amplificano il tutto: orrore, orrore!

Premesso quindi che “in quei giorni” è d’obbligo la castità, scopriamo che madri premurose ma forse troppo preoccupate si preoccupano su Facebook per qualche timida lezione di educazione sessuale a scuola durante la quale alle figlie potrebbe essere spiegato il perché ed il percome di quel fenomeno strano che fa dire alle nonne “sei diventata signorina” e permette l’esonero dalle lezioni di educazione fisica. Sicuramente, qualche dritta puramente medica sui “giorni del marchese” è utile averla e sorge spontaneo chiedersi cosa ci sia di male nel parlarne a scuola, anche se ormai i compiti vanno vietati, il 10 politico è un diritto, i bambini vaccinati andrebbero espulsi da scuola perché nei vaccini ci sono le scie chimiche e l’olio di palma  e comunque la vera scuola è la vita.

Del resto, a che serve preoccuparsi delle “proprie cose”? Se mal di pancia e gonfiori ed il comprensibile timore di macchiare di sangue un vestito ti mettono a disagio, puoi sempre aderire, cara uterina amica, alle varie filosofie supernaturiste che vedono nel mestruo un segno di “intossicazione” e – tenetevi forte – proclamano che le mestruazioni non sono naturali e che una donna “sana” non dovrebbe averle. Spiegare, libro di biologia delle medie alla mano, che la scomparsa del ciclo è segno di denutrizione ed anticamera di problemi di salute molto gravi non vi basterà. La scienza, si sa, è al soldo di Big Pharma e dei rettiliani.

Forse persino quel tesoro di Alberto Angela è un rettiliano (ma speriamo di no, vero pancine uterine piccinine?)…”

[1] Nome di un celebre dramma dell’eccellente drammaturgo norvegese Erik Ibsen, se non l’avete letto, regalatevelo in cartaceo o ebook o come più vi pare, si legge meglio delle 50 sfumature ed è 50 volte più interessante!

[2] Nuto Revelli, L’anello forte. Una raccolta preziosa di testimonianze sui “bei tempi andati”, con narrazioni grottesche, tragicomiche, ma totalmente reali, di parti improvvisati, rituali stregoneschi con la placenta, scongiuri per proteggere la puerpera ed il neonato e molto altro. Alla placenta si accenna brevemente anche in La Lunga Vita di Marianna Ucria (Dacia Maraini), quando dopo un parto spossante la levatrice l’esibisce intatta a Marianna, per provare che è stata espulsa tutta e la protagonista neo-panciottuzza d’amore non rischia la febbre puerperale.


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