Il ruolo del cibo nella relazione madre-bambino

In tutte le culture il cibo non è solo apporto calorico necessario alla sopravvivenza ma è anche il risultato di molteplici fattori affettivi, relazionali e sociali.

Il cambiamento vissuto dal bambino nel momento in cui si allontana dal seno/latte per affrontare cibi più solidi, si accompagna a un cambiamento parallelo nella percezione della distanza tra lui e la mamma. Lo svezzamento , che comporta il cominciare a prendere cibo solido e l’uso del cucchiaio, rappresenta la prima tappa emotiva di tutte le separazioni dopo quella della nascita. La possibilità quindi di provare a comprendere le emozioni proprie e del bambino, anche nel corso delle diverse fasi legate all’alimentazione, è un punto molto importante che pone le basi nel rapporto con il proprio figlio.

Ecco qualche approfondimento a cura della Psicologa clinica e dell’età evolutiva Benedetta Marconi

Cibo e bambino.jpg

“Successivamente al periodo dello svezzamento gli interessi principali del bambino non sono più rivolti alla ricerca del seno e del latte materno. Tuttavia, vi è ancora una forte identificazione fra il nutrimento e la figura materna e l’alimentazione continua ad essere un riflesso del loro legame.

Il cibo e la relazione con la madre partono dal contatto e tutto ciò quindi rappresenta qualcosa di estremamente importante ed investito di emozioni. Il rapporto con il cibo rappresenta l’espressione di un appetito che non si limita a soddisfare la fame ma riguarda anche gli aspetti più profondi della vita affettiva.

L’alimentazione corrisponde, quindi, a un terreno delicato e di confronto quotidiano fra mamma e bambino. Oggi è risaputo che il particolare rapporto che ognuno ha col cibo, fin da piccolo, è carico di componenti psicologiche e affettive del tutto personali, che possono facilitare o interferire con una sana alimentazione.

Dall’indole e dal carattere di ogni bambino deriva il particolare rapporto che si può avere con il cibo quindi ci può essere il bambino goloso e pronto ad accogliere il cibo come un dono oppure il bambino che vive l’alimentazione con diffidenza, poco entusiasmo e disgusto. Ogni bambino crea poi un suo linguaggio “alimentare” privato, personale e lo modifica col passare del tempo, man mano che cambiano i suoi gusti.

Se è naturale partecipare con piacere alla gioia del bambino quando mangia con appetito quello che abbiamo preparato per lui, dovrebbe esserlo altrettanto accondiscendere ai suoi segnali di autonomia quando rifiuta qualcosa che gli sembra cattivo, non gli piace.

Già da piccoli i bambini manifestano in modo spiccato le loro preferenze, per il dolce o per il salato. Non è mai una buona regola educativa imporre al bambino un cibo che non gli piace. Gli impulsi orali legati all’alimentazione sono così forti, da piccoli come nell’età adulta, che essere obbligati a trangugiare qualcosa che suscita disgusto e ripugnanza, viene vissuto come un “atto sadico”: una crudeltà senza motivo e senza giustificazione.

Quando arriva il momento in cui il bambino vuole mangiare da solo, anche se è ancora “troppo presto” per imparare, si può inizialmente usare la tattica del doppio cucchiaio: uno al bambino, per “giocare” col cibo e imparare a nutrirsi, e uno alla mamma, per garantirgli la sua dose di nutrimento.

Più avanti, verso i dodici, quindici mesi molti bambini sembrano insofferenti di ogni aiuto: vogliono proprio mangiare da soli e si appassionano al cibo come a un nuovo gioco. Se si impediscono questi primi tentativi di autonomia, è probabile che gli passi la voglia di provare. Non c’è poi da scandalizzarsi se il bambino gioca col cibo, cercando di mangiare da solo. Non c’è niente di più serio del gioco, per lui: è il suo modo di imparare, di fare esperienza. Inoltre, non si può negare che il cibo abbia un valore economico oltre che etico e sociale: ma, soprattutto, nell’infanzia, il suo significato è essenzialmente affettivo.

Solo se rappresenta “qualcosa di buono”, da assimilare liberamente e respingere altrettanto liberamente, quando non piace o non se ne ha voglia, diventerà un vero valore. Meglio quindi evitare ogni rigidità eccessiva, e adottare piuttosto un atteggiamento permissivo, in modo da lasciare al bambino i suoi spazi di libertà, di piacere e di gioco anche nell’alimentazione. Man mano che il bambino cresce, il cibo diventa il simbolo non solo del loro legame, ma anche del loro progressivo e salutare distacco. E’ inevitabile quindi che il comportamento alimentare del bambino rifletta la sua ambivalenza interiore nei confronti della mamma.

Occorre pertanto prestare ascolto ai messaggi che il bambino lancia di volta in volta, come segnali di uno stato affettivo più generale, senza ridurli a puri sintomi alimentari. Se la mamma si impunta di fronte  a un diniego, mostrandosi ferita, delusa, arrabbiata, entra in un gioco di ricatti incrociati: col risultato di prolungare nel tempo difficoltà alimentari altrimenti passeggere.

Il bambino che non mangia, invece, spesso ha un legame troppo stretto con la madre, che gli impedisce di esprimere oltre all’amore, anche l’aggressività che prova nei suoi confronti. Tende così a negare, a “rimuovere” i sentimenti negativi trasferendoli nell’alimentazione in modo del tutto inconscio. E’ perciò importante aiutarlo a manifestare senza troppa paura anche gli impulsi ostili, elaborandoli insieme attraverso la parola, il disegno, le fiabe, il gioco. Così come è importante sdrammatizzare l’alimentazione, che non è semplicemente un dovere, una necessità: ma anche un gioco.

Anche i periodi di disappetenza non sono di per sé un problema: ci sono fasi della crescita in cui è fisiologico che il bambino mangi meno, e magari cresca meno, per riprendere poi il suo appetito abituale. Se, invece, il bambino mangia troppo e chiede sempre qualcosa in più probabilmente sta considerando il cibo una consolazione.

Cioè, chiede il cibo non perché ha fame, ma per colmare una “mancanza”. Potrebbe ,quindi, essere utile traslare la domanda e spostare la sua attenzione in attività che gli interessano e in passioni che ha, ma anche far sentire ancora di più che siamo presenti e lo amiamo.

Infine, nei sogni infantili il cibo esprime un desiderio che viene soddisfatto dall’inconscio onirico e che a volte compensa una frustrazione subita nella stessa giornata. Nelle fiabe, invece, il cibo riacquista tutta la sua forte carica di ambivalenza, e diventa il simbolo sia del bene che del male. A livello razionale, il cibo magico delle fiabe riflette il doppio messaggio che ogni bambino riceve sul nutrimento: il gelato, le fragole, i dolci sono qualcosa di buono, di benefico, che può diventare cattivo, pericoloso se se ne mangia troppo.

Ciò corrisponde a un doppio messaggio che sul piano inconscio si estende al simbolo stesso del nutrimento, la madre capace di sdoppiarsi in due figure contrapposte nella fantasia del bambino come nelle fiabe che più lo affascinano: la fata buona, che soddisfa magicamente tutti i suoi desideri, e la strega cattiva, che invece li nega.”


 Siete alla ricerca di un sostegno psicologico per i vostri bambini? La Dott.ssa Benedetta Marconi opera su appuntamento a Bologna Tel. 340 307 0029

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