Bellissime: “Non mi piacciono i bambini brutti, perché sono tristi”

Apparenza fisica, atteggiamenti maliziosi che strizzano l’occhio agli adulti: Bellissime della scrittrice Flavia Piccinni non è una semplice lettura, è una riflessione, un autoanalisi, una denuncia verso il settore del baby fashion,  il racconto di un microcosmo in cui lustrini, paillettes, vestiti luminosi e rossetti, lacca, gloss, tacchi e ritmi di lavoro estenuanti con poco cibo ed acqua, casting lunghi, faticosi e snervanti, sono di pertinenza di bambine che hanno spesso solo pochi anni. Un libro che ho letto con passione questa estate, un’analisi illuminante e pungente quanto impressionante di quel mondo ovattato che l’autrice ha deciso di mostrarlo – come dice lei – “senza paura e senza strumentalizzazioni” dove i bisogni dei piccoli vengono assopiti, posti nel dimenticatoio perché gestiti dai genitori-manger incuranti del loro ruolo.

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Quello che sono le bimbe oggi, ha molto a che fare con quello che sarà l’Italia nei prossimi trenta, quaranta, cinquant’anni. La costruzione dell’immaginario delle bambine, e dei bambini naturalmente, farà la differenza fra un popolo di aspiranti showgirl e uno di astronaute. Bisogna sempre rifuggire le distinzioni dicotomiche, eppure è negli estremi che si rivela la realtà

Sin dai primi vagiti, guardando i nostri piccoli spesso si ribaltano, in maniera del tutto inconsapevole, sogni, desideri e speranze mal coltivate o non incentivate e perseguite a metà.

Pertanto è abbastanza facile farsi prendere dalle emozioni, soprattutto qualora si accusano l’assenza e il vuoto, rimasto incolmato per un’infanzia non vissuta appieno ricercando una simbiosi con il proprio figlio, per proiettare le proprie frustrazioni, afferrare in qualunque modo il bisogno di sentirsi dei bravi genitori, in maniera che tutti gli apprezzamenti, le gratificazioni, le partecipazioni dei casting, le sfilate appartengono in qualche modo anche a noi.

In “Bellissime” si vive dei racconti-interviste delle mamme e delle bambine, delle agenzie di casting e delle stylist, dei fotografi e di un complesso mondo di adulti che sull’apparire dei bambini ha fondato il suo business.

Leggendo il libro si scopre che la risposta più frequente è che tutto avviene sotto forma di un “gioco” in cui i bambini si divertono

Ha un viso piccolo. Mascara. Phard. Rossetto. Sembra una Madonna bambina. Fa un altro passo, e poi inclina il volto maliziosa: le movenze sono quelle di un’adulta che percepisce il suo corpo e conosce cosa è la bellezza. Davanti a lei una ragazza si inginocchia. «Sorridi», le dice, e lei sorride.

La frase che più mi ha colpito ( e avvilito) è quella di Elisa di soli 6 anni:

“Mi dispiace per i bambini brutti perché sono tristi” .

Se non c’è bellezza, quindi, non ci può essere nemmeno felicità?

Come se non vi fossero tanti altri valori da incentivare come la sensibilità, la gentilezza, la generosità, l’intelligenza; Come se il brutto fosse un qualcosa da scartare, allontanare quasi da far paura; Come se dall’aspetto fisico passasse anche l’accettazione del proprio essere.

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E questo mi fa tanta paura perché inglobando così presto atteggiamenti, trucco, abiti e calzature non in linea con la loro età sono delle vere e proprie vittime di un’adultizzazione precoce. Il rischio poi che l’estetica diventi un’ossessione è elevato, come quello di non accettazione, condivisione con il prossimo, accoglimento della diversità, anche.

Non lasciamo credere alle nostre figlie che valgono solo per il loro aspetto.

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Una realtà che in qualche modo è una vera e propria gabbia che svuota le naturali propensioni dei piccoli mettendo a freno le loro vere ambizioni, ribalta le loro passioni, in stand-by i loro sogni, crea una scala di valori singolari e contestabili.

Quello che rimane è un flebile futuro di un quadro apparentemente idilliaco, un micro cosmo che va avanti solo attraverso le pressioni sociali stereotipate del settore moda baby e le aspettative che gli altri costruiscono secondo le loro programmazioni.

Troppo spesso questi bambini vengono sballottati e trasformati nei vuoti contenitori delle aspirazioni e delle frustrazioni materne. Ma non toccava a noi genitori educare, insegnare, accompagnare e coltivare le ambizioni dei nostri figli? Cosa è successo nel frattempo?

Mi guardo intorno e, mentre sono al pc a ultimare la recensione, mia figlia Alice di 9 anni sta svolgendo i compiti di matematica e le chiedo a bruciapelo: “Secondo te è importante essere belli?” e lei: “Perché questa domanda? Per me quello che conta è la bellezza del cuore” e mi sciolgo come neve al sole anche se in casa risultano 30 gradi.


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